Bruce Springsteen Working On A Dream, Columbia / SonyBmg
di Ermanno Labianca
Un altro Springsteen, tra cori Sixties e l’underground garage di Little Steven: una dozzina di canzoni da attraversare con leggerezza e una giusta dose di rispetto
Working On A Dream è un disco troppo complesso per finire liquidato come l’appendice di qualcosa. Springsteen e il suo staff ne parlano come di una costola di Magic, visione oltremodo riduttiva perché qui c’è qualcosa di più. Thunder Road su disco non la ritroveremo più? Pazienza, si era capito da un pezzo. Quando si stacca dalle assi del palco, dove tutto continua a funzionare a meraviglia, l’uomo di Born To Run cerca un’altra dimensione. È meno terreno, toglie il freno a mano all’immaginazione. E diventa più poetico. Osa. Sogna.

Fresco di Golden Globe (per The Wrestler, dal film con Mickey Rourke, bonus track ma punto più ispirato della raccolta), Bruce si presenta sotto un cielo di stelle che sembrano porporina. La giacca l’ha presa dal guardaroba che nemmeno Little Steven usa più. Tra i capelli, un riflesso biondiccio innaturale. Dietro c’è la luna. D’accordo, siamo nel limbo tra magic e dream però si poteva essere più sobri nel raccontarlo. È un fumetto, non una copertina rock.

Ci investe il brano di apertura, Outlaw Pete (8 minuti, con archi pizzicati alla Eleanor Rigby) e siamo a metà strada tra scherzo e anacronismo. Certo, un tale minutaggio Springsteen l’ha rasentato o superato rare volte e nemmeno Hotel California dura tanto, però Outlaw Pete è composizione rock e genuina, non eccelsa ma con una struttura che finisce per incuriosire. Poteva risolversi prima, ma a scrutarla bene sembra coincidere con le intenzioni di due Springsteen al di sopra di ogni sospetto: quello del pre Greetings, che scriveva storie di pistole e malaffare (He’s Guilty, The Ballad Of Jesse James), e quello delle Seeger Sessions che ha nuovamente abbracciato il mondo dei fuorilegge (John Henry). Che le due successive, My Lucky Day (media statura, da quinto disco di Tracks) e Working On A Dream (rinfrescante fischiettata pro Obama in stile Roy Orbison voltata a guardare quei 60 – dei Kennedy e di Martin Luther King – per l’America mai più tornati) siano state offerte al pubblico in più modi prima dell’uscita ufficiale smorza la curiosità. Poi arriva Queen Of The Supermarket ed è da lì – incedere classico, pianoforte e glockenspiel, tenerezze da E Street Band di un tempo e complesse elaborazioni vocali – che scendono in campo tutti gli elementi che divideranno il popolo springsteeniano. Si apre un mondo di non facili compromessi tra un deciso sapore rock (marcatamente alla Tom Petty quello di What Love Can Do, con cori in stile Byrds che affiorano anche altrove) e un rischioso pastiche pop con la bussola che sterza verso la California dei surf. La spiegazione è che al contrario di The Rising, che trasudava smarrimento e cordoglio, questo lavoro presenta una maggioranza di brani che invitano ad accettare la vita per quella che è, celebrandola con un sorriso. È un disco felice che indugia sull’amore. La politica è una eco lontana, è lambita, forse volutamente silenziata.

L’impasto creato da Brendan O’Brien (che sembra avere esaurito un ciclo) è avvincente ma può stordire. L’orecchio attento ci scoverà i Beau Brummels, i Left Banke e i Kinks. La sponda dei diffidenti e dei meno riflessivi avanzerà il sospetto che questa volta, partendo dai Beach Boys come accadde in Girls In Their Summer Clothes, si sia presa la deriva che porta a Jeff Lynne. In This Life (e non solo) c’è la E Street Light Orchestra? Nessun problema: è bellissima, quel prologo alla Bacharach è un incanto imprevedibile che abbracciamo con ricambiato incanto, anche perché con la frase «a blackness then the light of a million stars» («buio pesto, poi la luce di milioni di stelle») ben spiega la copertina, il mood dell’autore, il senso del disco e le aspettative del mondo dopo Obama.

Orchestrazioni alla Beatles e chitarre che fanno sognare appaiono anche in Kingdom Of Days e Surprise, Surprise (che a un certo punto cita You Got It di Orbison: quindi tutto torna, anche Lynne). Ormai libero dall’obbligo di dover sempre offrire un concept o di cercare un suono unitario, l’autore svolazza, ondivagante e sovente con approccio tenorile, tra i “singoli” della sua adolescenza e tra i tanti Bruce che ci hanno intrattenuti negli ultimi tempi. Ne raccogliamo in frutto anche l’elegante e composta Life Itself, il blues tutto jersey devil di Good Eye e l’ottimismo country di Tomorrow Never Knows. Anche quando accarezza i ricordi nella bella, acustica e dolente The Last Carnival (due funamboli, due polsi che a un certo punto non si trovano più, due amici per la vita separati dalla morte: Bruce e Danny Federici) è uno Springsteen normale, colto qualche centimetro sotto le aspettative (ma due sopra la media dei suoi colleghi coetanei), null’altro. L’errore sarebbe volerlo speciale, chiedergli di restituire a noi e a lui stesso l’età che tutti avevamo ai tempi di The River. Quella è cosa che nessun musicista sa fare.

Outlaw Pete
My Lucky Day    
Working On A Dream    
Queen Of  The Supermarket
What Love Can Do
This Life
Good Eye
Tomorrow Never     Knows
Life Itself    
Kingdom Of Days    
Surprise, Surprise
The Last Carnival
The Wrestler