LA LEGGENDA DEI CREEDENCE CLEARWATER REVIVAL

Antonio Lodetti
02 Ottobre 2007

TEMPO DI REVIVAL

Intervista a John Fogerty

ROCKIN’ ALL OVER THE WORLD
Una carriera solista tormentata

DOPO I CREEDENCE
Tom, Stu e Doug senza John

WORKING CLASS HEROES

L'eredità musicale e artistica dei Creedence

I GEMELLI DEL ROCK’N’ROLL
Senza Fogerty non ci sarebbe stato Springsteen

John Fogerty si è definitivamente riappacificato col suo passato di cantante, chitarrista, leader e “anima” dei Creedence Clearwater Revival. Torna con un nuovo album significativamente intitolato “Revival” e gira il mondo con uno show pieno zeppo di vecchie canzoni. Grande autore, eroe popolare, performer formidabile, musicista influente per generazioni di rocker: è giunta l’ora di raccontarvi la sua storia e quella dei leggendari Creedence.

Chissà se il Boss, John Mellencamp o i Los Lobos sarebbero quello che sono senza i Creedence Clearwater Revival... Che strana questa band che in quattro anni ha strapazzato le classifiche americane piazzando 20 hit nelle Top 10 e vendendo oltre 12 milioni di album e 7 milioni di singoli. Tutti i loro 45 giri, tranne il primo Suzie Q, conquistarono il disco d’oro, mentre tutti gli album ebbero dischi d’oro e di platino, il che all’epoca voleva dire un milione di dollari d’incasso per il primo e cinque milioni per il secondo. I Creedence fuori dal tempo e allo stesso tempo precursori, all’inizio furono bollati da certa ortodossia del movement come gruppo da supermarket. In piena era psichedelica, con brani lisergici e lunghissimi di Great Society, Moby Grape, Grateful Dead & company, i 3 minuti energici e puliti del rock’n’roll dei CCR apparvero all’intellighenzia imperdonabili e provocatori.
Perfettamente equidistanti dalla politica tradizionale come dal manicheismo e dal radicalismo hippie, dalla bubblegum music e dalla psichedelica, i Creedence hanno aperto la strada del roots rock. Diceva il cantante, chitarrista e autore John Fogerty: “Se dovessi fare il quadro della nostra musica, direi che da un lato abbiamo assimilato il blues di Chicago, quello di Howlin’ Wolf e Muddy Waters, e dall’altro il Sun Records Sound di Elvis e Carl Perkins con un tocco di Johnny Cash. Ma la cosa fondamentale è che noi avevamo uno stile diverso, lo swamp sound, che è il ritmo centrale del suono Creedence. Ci ispiravamo alle paludi del bayou, un luogo affascinante e tremendo; è qualcosa che l’uomo non può capire né rovinare o distruggere, è una giungla che cresce troppo velocemente. Il nostro progetto, nato con Bayou Country, era quello di creare un territorio musicale pieno di paludi, alligatori e fantasmi voodoo”.
Nel 1970 il Los Angeles Times titolava: “Creedence, il più popolare, potente e originale gruppo americano”. Fogerty & Co. avevano conquistato il mondo, erano stati a Woodstock convincendo anche i duri e puri, ma la loro distanza dall’intellighenzia hippie creò ancora qualche malumore. I gruppi di San Francisco collaboravano tra loro, spesso vivevano insieme nelle comuni, condizione essenziale per sviluppare un sound collettivo. Non i Creedence. Fogerty era il leader assoluto del gruppo, che scriveva, arrangiava e spiegava agli altri come suonare. “Ci sono cose che non mi piacciono negli States” spiegava lui “ma io sono cresciuto con la hippie generation e ci sono un sacco di cose anche all’interno della mia generazione che non mi piacciono, e questo lo spiego in un brano come Don’t Look Now. All’inizio volevo solo suonare rock’n’roll, ma dopo Suzie Q sentii il mio impegno crescere. Non mi sono mai occupato di politica, ma sono socialmente consapevole che è qualcosa di più, perché puoi cambiare davvero qualcosa. È come nel baseball, sei sotto prima dell’ultimo inning ma hai ancora la chance per vincere. Ho sempre saputo che il governo non era la mia America ma neppure altre organizzazioni. La mia America è il Grand Canyon, le cascate del Niagara, il Montana, Elvis, il blues, Patrick Henry. Ogni generazione è americana in modo differente e ognuna ha la sua musica. Penso che i Creedence abbiano rappresentato una fase originale e intermedia tra i Beatles e i loro successori, chiunque essi fossero o potessero definirsi”.

“Vi ricordate Patterson?”
Il nucleo dei Creedence nasce nei primi mesi del 1958. John con due chitarre acustiche, una Stella e una Orpheus Fok, una Danelectro e un amplificatore da 5 watt, Stu Cook con un basso e Doug Clifford con una vecchia batteria si fanno le ossa nei club come Blue Velvets. Tom Fogerty, fratello di John e il più grande dei quattro, è il cantante degli Insects. I Velvets suonano solo brani strumentali come Hully Gully e, nel dicembre dell’anno successivo, incidono il 45 giri Beverly Angels come gruppo accompagnatore del cantante James Powell. Sembra un buon inizio, e Tom lascia gli Insects per completare il quartetto. Parte una gavetta estenuante, come è sempre accaduto a migliaia di band emergenti. L’uomo che cambia il loro destino (prima nel bene poi nel male) è Saul Zaentz, dirigente della Fantasy che li porta nel ’64 a incidere il primo singolo, Don’t Tell Me No Lies / Little Girls con Tom alla voce. Il loro suono è un misto di Mersey Beat e languide ballate soul. Grande è la loro gioia mista alla sorpresa perché sul disco il loro nome è stato cambiato in Golliwogs: “Eravamo depressi, odiavamo quel nome” diranno.
Poi John parte per Portland, come riservista nell’esercito. “Lì ho incontrato dei musicisti, io suonavo la chitarra e loro cantavano, dopo un po’ mi sono detto: ok, posso fare meglio di loro, e ho attaccato a cantare”. Tornato a casa passa alla voce solista ed esce Brown Eyed Girl, brano con chiari riferimenti agli Animals che vende oltre 10mila copie, entra nelle classifiche e diventa un tormentone radiofonico. I primi vagiti della band si possono ascoltare nell’album Golliwogs: Pre Creedence, tutti pezzi influenzati dal rock inglese come quelli citati, You Came Walking che ricorda Please Please Me dei Beatles e il piccolo capolavoro rhythm & blues You Better Get It Before It Gets You in cui la voce di John acquista nuova grinta e spessore. C’è poi Porterville, il primo abbozzo di Creedence Sound, che infatti poi apparirà anche sul primo album dei CCR e che John ha oggi ripreso dal vivo. L’album dei Golliwogs, uscito tre anni dopo lo scioglimento della band, provocò molto disappunto tra i quattro. “Abbiamo cercato i nostri vecchi contratti per vedere se si poteva fermare l’operazione” disse Tom. “Questo lp non è nello stile dei Creedence e non volevamo che fosse messo in circolazione”. “L’unica fortuna è che non è un doppio album” commentò laconicamente John.
Nonostante i primi singoli, i Golliwogs non se la passano affatto bene; piccoli show in tutta la Central California Valley davanti a un pubblico completamente disinteressato. “Quei bar facevano schifo” ricorda Stu. “Tiravamo su qualche dollaro a notte più tutta la birra che riuscivamo a ingollare” (la fotografia di questo periodo è la classica Lodi). Sembrano sul punto di mollare. Il colpo di scena accade dopo una disastrosa serata a Patterson, nel nord della California. Fogerty: “Il viaggio fu infernale; faceva freddo e arrivammo mezzo congelati. Ci diedero 150 dollari, 30 li abbiamo speso per il viaggio, il dieci per cento a due agenzie, c’è rimasto davvero poco. Eravamo frustrati, gli altri volevano mollare. Pochi giorni dopo dissi loro: vi ricordate Patterson? Con lo stesso tono in cui si dice: vi ricordate Alamo? Vogliamo fare questo per tutta la vita o vogliamo diventare davvero qualcuno?”.

La trasformazione
Si parte dal cambiamento di immagine: non più giacca e cravatta ma capelli lunghi, jeans, camicioni di lana, stivali texani. Poi un nuovo e ridondante nome: Creedence Clearwater Revival.
“Creedence era il nome di una persona, un certo Creedence Newball” dichiarò Tom. Clearwater invece trae spunto dalla combinazione di due spot pubblicitari. Il primo di una marca di birra che diceva “It’s cool, clear water”, il secondo un appello alla conservazione dell’ambiente che mostrava un bambino in riva ad un fiume stracolmo di rottami e rifiuti. La parola chiave però è Revival. La band nel 1967 affitta la mitica Factory nel quartiere industriale di Berkeley e qui, lavorando giorno e notte, incide una ventina di brani su un nastro, inviandolo alla KMPX, la radio underground più importante di San Francisco. Il successo è immediato e inatteso: le canzoni vengono trasmesse giorno e notte e il direttore Tom Donhaue viene subissato dalle telefonate dei giovani che chiedono notizie sulla band. È il momento giusto per Zaentz che, dopo aver acquistato la Fantasy, si avventa come un falco sui Creedence e produce il loro primo album, dall’omonimo titolo, che vede la luce nel luglio 1968. Ancora oggi circola la voce che i pezzi siano finiti direttamente su vinile da quel famoso nastro, senza che la band fosse entrata in studio. L’album è comunque un successo, intriso di psichedelia, rhythm & blues ed echi di Memphis soul tanto che il New Musical Express lo definisce “fresco ed elettrizzante miscuglio di variegate etnie musicali” (sembra il vocabolario di oggi). Creedence Clearwater Revival è indubbiamente un album anonimo tra i suoni acidi di Frisco e quelli proto punk della East Bay e di San José. Qui ci sono blues in settima come Get Down Woman e The Working Man, la visionaria ballad Walk On The Water, l’omaggio a Wilson Pickett e Booker T. Ninety-Nine And A Half, quello all’istrionico Screamin’ Jay Hawkins nella crepuscolare I Put A Spell On You (Fogerty racconta che gli stani effetti del brano sono stati creati registrando a diverse velocità i giocattoli elettrici del figlio Josh) e quello a Dale Hawkins in Suzie Q.
La voce di John è possente, ruvida, cattiva, caratteristica come tutti la conosciamo. È il momento di unire rock e tradizione, di creare il mondo magico del secondo disco Bayou Country. “Il primo album non ci differenziava granché dalle altre band” ricorda Fogerty. “La musica che volevo nasceva dal profondo Sud, dal voodoo, dalle paludi, dal country e dal blues. Brani come Proud Mary segnarono il cambio di velocità. Erano nati i veri CCR”. La concitata chitarra e la voce ferina di Born On The Bayou sono il manifesto del nuovo corso, seguito dall’esemplare impasto melodico-ritmico di Proud Mary, uno dei più grandi hit di tutti i tempi, inno d’amore per il Mississippi e New Orleans. “Finimmo di registrare il primo album quel pomeriggio e la sera stavamo provando per suonare all’Avalon. Lì, all’improvviso, mi venne l’estro per scrivere Proud Mary. Nessuno capì che stavo scrivendo una canzone, pensavano che stessi provando o giocando con un riff. Nel giro di una settimana e mezzo è nato il resto dell’album”, in cui spicca la lunghissima e indiavolata Keep On Chooglin’, cavallo di battaglia dal vivo ed ennesima risposta della band alle accuse di qualunquismo e commercialità. John è anche un genio nel produrre e arrangiare. Scrive a getto continuo, sforna un album ogni quattro mesi il cui costo di produzione è di poche migliaia di dollari e che rende qualcosa come 15 milioni di dollari.
Nel successivo Green River i capolavori (e gli hit) si sprecano. Bad Moon Rising è un rock venato di country e influenzato da Scotty Moore (“Ho sempre voluto scrivere Bad Moon Rising, è stata la mia Mystery Train”), Lodi l’amaro inno delle bar band di tutto il mondo (“Quando fai un successo come Lodi ne senti il peso. Se la rifai non ti evolvi musicalmente, se fai qualcosa di diverso i fan non sono soddisfatti”), la fresca e schematica Green River che parla di un piccolo fiume vicino a Berkeley (“I miei genitori ci portavano là ogni weekend e per le vacanze”). Il manuale di roots rock si completa con blues come Tombstone Shadow, rockabilly quali Cross Tie Walker, l’ipnotica Commotion.
“The greatest rock
and roll band”
Nel novembre 1969 esce Willy And The Poorboys accompagnato dai titoli dei giornali che celebrano i CCR come “The greatest r’n’r band” e “The greatest american white dance band”. Il lavoro, che esprime le inclinazioni dei Creedence, è un magnifico esempio di equilibrio tra radici rurali e suoni urbani. La copertina (e Poorboy Shuffle) sono un omaggio alle jug band, con John all’armonica, Tom alla Kalamazoo guitar, Doug allo washboard, Stu al gut bucket. C’è il sapore del Delta di Midnight Special e Cotton Fields (l’esempio è Lead Belly) rivisitate in chiave swampy, c’è l’impegno contro la guerra di Fortunate Son e quello politico di Don’t Look Now (“Non sono un ipocrita e non sto con nessuno. Con l’autocritica si può evitare che le cose ci sfuggano di mano”), c’è l’omaggio al Chicago blues di Side O’ The Road, il superhit (volendo anche ballabile) Down On The Corner accanto ai toni soul di Feeling Blue. Avanti senza tregua. Nel luglio 1970, preceduto dai singoli ammazzaclassifica Travelin’ Band / Who’ll Stop The Rain e Up Around The Bend / Run Through The Jungle, esce Cosmo’s Factory, glossario di american popular music considerato il loro capolavoro. In pochi minuti ogni pezzo è un concentrato di energia ed emozioni. Travelin’ Band uno scatenato rock’n’jive che racconta spietatamente la vita on the road; la acida Run Through The Jungle attacca la guerra in Vietnam, Long As I Can See The Light una bollente ballata soul con un meraviglioso sax, le cover di Arthur Crudup, Bo Diddley, Roy Orbison e soprattutto una chilometrica I Heard It Through The Grapevine di Marvin Gaye sono una superba sintesi di suoni antichi e moderni. Potrebbe bastare così ma c’è anche l’inno, quella Who’ll Stop The Rain definita da Rolling Stone “il Vecchio Testamento che diventa rock’n’roll”.
“Who’ll Stop The Rain è il brano che più mi ha coinvolto” dirà Fogerty. “Significava qualcosa di profondo per me, ma io non sono la Bibbia, così prima di tutto penso a scrivere una bella e fresca rock song”.
Fuori e dentro dal movement, dai raduni hippie più importanti ai juke box, dalla stanchezza alle rivendicazioni di Tom, ormai relegato al ruolo di comparsa, John è scarico e con Pendulum tiene in piedi la baracca con una sterzata verso il rhythm & blues e suoni più moderni. Benché venda molto e molto velocemente, non è più rappresentativo di una tipicità di suono e stile, a parte Pagan Baby, Hey Tonight e la ballad Have You Ever Seen The Rain. Ci sono lunghi rhythm & blues alla Booker T. come Born To Move e la lenta Hideway ma anche pesanti strumentali come Rude Awakening.
Tentando di avvicinarsi a chi li aveva criticati, i CCR con Pendulum segnano l’inizio della fine. Pochi mesi dopo sono in trio, senza Tom partito per un’avventura solista di poco successo (a parte le continue collaborazioni con Jerry Garcia, Merle Saunders & Co). Mardi Gras è un disco di una semplicità tematica e formale disarmante, in cui c’è spazio anche per composizioni di Stu come Door To Door e di Doug (I Need Someone To Hold, Tearin’ The Country, What Are You Gonna Do). I numeri migliori sono sempre di John: il rock stradaiolo Sweet Hitchhiker e la commovente e dura Someday Never Comes. Cinque mesi dopo l’uscita dell’album, nel settembre 1972, i CCR partono svogliatamente per un tour europeo di routine e molto mestiere. Appena tornati a casa, all’insegna del “non è più divertente, non è più come prima”, la band si scioglie.

Dopo lo scioglimento
I Creedence sono stati (e lo sono ancor di più oggi) un anello fondamentale di quella catena che unisce indissolubilmente le jazz rockin’ band degli anni 40, il rhythm & blues che prende le mosse da Count Basie e Cab Calloway, il jump’n’jive di Louis Prima e Louis Jordan, l’Alcyon Golden Era e sono i precursori del rock delle radici. In tema di roots rock non si contano i gruppi che riconoscono in Fogerty e nei CCR una fondamentale fonte di ispirazione. L’elenco è interminabile e parte da Springsteen (non a caso Fogerty è definito “il fratello maggiore di Bruce”, vedi box a pagina 44). Possiamo citare in ordine sparso John Mellencamp, Steve Wynn, Gun Club, Los Lobos, Nighthawks, Beat Farmers, ma anche artisti come Tina Turner, Bo Diddley, Emmylou Harris, Johnny Rivers, i Flying Burritos hanno ripreso i suoi classici, mentre Paul Westerberg dei Replacements ha dichiarato: “I Creedence per ragazzi come me rappresentano il sogno americano: una grande voce, una serie di hit single che non finisce più e una grande passione. Preferisco i Creedence a tutta la new wave e alla psichedelia”.
Dallo scioglimento dei CCR nasce la completa rivalutazione di John Fogerty, il vero uomo Creedence, accusato di essere un despota, un cinico, uno che voleva fare tutto da solo emarginando gli altri, soprattutto il fratello Tom. Paradossalmente fu proprio l’ostinato individualismo di Fogerty che permise ai Creedence di costruirsi un’immagine credibile che convivesse con il loro status di rock band di grande successo popolare. “Creedence era un gruppo di quattro persone” dice John “e ciascuno aveva un ruolo fondamentale, ma io aggiungevo ciò che mancava a ciascun brano. Facevo più degli altri, e sapevo ciò che bisognava fare per creare un hit. Quando Tom, Doug e Stu si sentirono frustrati dal fatto che prendevo tanto spazio, capii che il conflitto era inevitabile. Ma io mi sono sempre preoccupato di ciò che era meglio per la band, per noi quattro insieme. Per i primi dieci anni è stato meraviglioso, un sogno divenuto realtà fino al momento in cui Tom se ne andò. Andò via per primo, ma per qualcosa che inconsciamente sentivamo tutti. Non è stato Tom la causa dello scioglimento, è che rischiavamo di rovinare l’amicizia, stavamo arrivando ad odiare la musica, il successo, lo show biz e ci siamo detti: è giusto essere sempre sulla breccia, imbattuti, e sentirci sconfitti e nemici l’un l’altro?”.

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